I miei Campionati Europei con l’Italia, ma come Giudice OCR

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Che ci crediate o no

mi sono ritrovato a fare da Giudice ai migliori atleti OCR del continente

di Eric Sorrentino

Nasco come atleta, ma a dicembre ho partecipato al corso per Giudici della Federazione Italiana OCR. Il motivo principale che mi ha spinto a farlo era che sarei stato maggiormente consapevole dei miei errori in gara. Nel mio percorso sportivo sognavo gli Europei, ma all’inizio di quest’anno ero abbastanza rassegnato: nonostante i miglioramenti, la qualificazione è ancora un miraggio. Il 2017 non è il mio anno, quindi l’evento di Flevonice l’avrei seguito da casa, tifando per gli italiani su un comodo divano. Poi ricevo una mail: “Buongiorno Giudici FIOCR, sono aperte le candidature per partecipare in qualità di Giudici ai prossimi Campionati Europei OCR”.

 

Con l’Italia, ad ogni costo

Due giorni dopo ero iscritto. La tentazione di partecipare è stata talmente forte che non ho saputo resistere. Volevo vivere l’esperienza dei Campionati Europei, respirare l’atmosfera di un evento di quella portata, conoscere i migliori atleti e dare all’Italia il mio massimo contributo, anche se questo significava fare qualcosa di diverso da quello che era il mio sogno.

 

 

Senza neanche rendermene conto mi ritrovo in Olanda, catapultato sul campo gara con indosso la maglia gialla CREW. Non ero da solo in quest’avventura, con me altri tre italiani: Guido, Elena e Stefano. Importante anche il contributo di Giuseppe Ronchini, responsabile FIOCR dei Giudici italiani, che, oltre a informarsi tramite noi sullo stato della competizione, ha trovato il tempo per indossare la maglia gialla e aiutare attivamente come marshall.

 

 

Dal venerdì alla domenica, ogni mattina seduto accanto agli altri giudici partecipo al briefing: una riunione tecnica dove ci vengono illustrati gli ostacoli, le azioni consentite e quelle proibite. Alla fine della riunione ciascuno prende con sé l’ordine del giorno con la mappa del campo gara, viveri e la forbice per tagliare i braccialetti.

 

Mi sono ritrovato a dover vigilare tre diversi ostacoli: la monkey bar venerdì, il dragon’s back sabato e il wheels of steel domenica. Il mio compito non si limitava a controllare che gli atleti completassero correttamente l’ostacolo, ma anche vigilare sulla loro salute, incoraggiarli e se necessario (ahimè) squalificarli. Moneky bar e wheels of steel sono ostacoli di tipo tecnico dove è necessario avere un buon grip, mentre il dragon’s back è sostanzialmente una prova di coraggio e riflessi. È stato bello gioire insieme agli atleti più titubanti. Quelli che, fermi decine di minuti di fronte al primo salto e, sopraffatti, alla fine saltavano e superavano l’ostacolo.

Il marshall è sempre visto dagli atleti come una figura scomoda

È difficile lasciarsi giudicare da persone che conosciamo da una vita, figuriamoci se poi è qualcuno di cui non conosciamo neanche il nome e a cui affidiamo la nostra prestazione. Trovarsi dall’altro lato della barricata, però, mi ha messo di fronte a una schiera di uomini e donne alla ricerca di informazioni, di un cenno di consenso o di supporto, ma sempre con il massimo rispetto. Comportamenti quasi alieni se paragonati alle situazioni da far west di cui si è avuto notizia in questi mesi per il Campionato Italiano. Qualche volpe che prova a tagliare l’ho trovata anch’io in Olanda, ma colta in flagrante orecchie basse e pedalare.

Quello che forse mi aspettavo era somigliare di più a un arbitro: pochi sorrisi, sguardo truce, cattivo. Nella realtà forse sono stato più un supporter. Gli atleti forti sanno perfettamente come affrontare gli ostacoli e sono molto rapidi nell’esecuzione, da marshall non è necessario indicare loro nulla. L’attività più impegnativa ed esaltante è fornire supporto agli atleti in difficoltà, dando loro motivazione, consigliandoli e guidandoli. Nessuno di loro ha in mente di farcela con l’imbroglio.

“Don’t worry. This is not your fault. It’s my fault”

Ricordo la gioia che ho provato vedendo una ragazza ceca rimasta per due ore (cronometrate) al dragon’s back, terrorizzata, ma che alla fine ha fatto l’ultimo salto e ha proseguito la sua gara con il braccialetto al polso.

Purtroppo non tutti alla fine riescono a farcela. Le facce stravolte di chi alla fine decideva di mollare e porgeva il polso per farsi tagliare la band le ricordo tutte. “I’m so sorry”, dicevo a tutti quanti. E in quella circostanza un inglese mi ha fatto venire i brividi con la sua risposta: “Don’t worry. This is not your fault. It’s my fault”. Questo è lo spirito che voglio portare con me, come atleta e come persona. Se sono io a sbagliare, l’errore resta mio.

Sicuramente l’emozione più grande me l’ha regalata il gruppo degli OCR Heroes composta da Stefano Colombo, Slava Ansacov e Alessio Carmignani che con una rimonta spettacolare sono riusciti ad agguantare il secondo posto nella gara a Team. Mentre io ero ancora impegnato a seguire gli atleti al mio ostacolo, Slava mi è corso incontro urlando “Siamo arrivati secondi!” rendendomi partecipe di quel momento magico.

Cosa mi sarei perso restando a casa?

La domenica pomeriggio finalmente tocca anche a noi. Corro nella Open Course dei Campionati Europei insieme a Stefano, marshall come me, e metto le mani dove le hanno messe le stesse persone che forse avrò l’onore di sfidare il prossimo anno. La gara è goliardica, fatta al trotto, nessuna pressione, solo divertimento, solo un modo di usare un’ultima volta gli ostacoli prima di smontarli, ma che per me ha significato molto. Una traccia. Un percorso da seguire, per poter riuscire a qualificarmi il prossimo anno.

 

 

E se non dovessi riuscirci a indossare la maglia azzurra, statene certi, indosserò ancora quella maglia gialla. Perché io ho amato questa esperienza a tutto tondo e mi vengono i brividi a pensare a cosa mi sarei perso restando a casa. Anche voi amate questo sport? Vi siete qualificati? È un vostro obiettivo futuro? Allora fate un investimento e seguite la grande famiglia tricolore. Partecipate, divertitevi ed emozionatevi.

 

Sono stato vicino a tutti gli italiani che hanno portato avanti il mio stesso sogno e loro sono stati vicini a me. Abbiamo festeggiato e ci siamo dimostrati uno dei gruppi più uniti ed entusiasti dell’intero evento. A rappresentarci solo una bandiera, ma che inspiegabilmente ci ha legato gli uni agli altri. Non avremo portato a casa tonnellate di medaglie, ma ci è arrivato in dono qualcosa di più profondo. Una gioia, un fuoco che non si è mai spento, anche dopo essere tornati a casa. Una sensazione di orgoglio e di euforia di cui non potrò più fare a meno (e vi garantisco che Amsterdam non c’entra proprio niente).

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